Ho partecipato a tanti convegni liberali. Ed ogni
volta che metto ordine in quel che sento in pancia (e che quindi sono obbligato
a dire) mi accorgo di essere diventato noioso e di dovermi ripetere. Per quanto
mi sforzi, non riesco proprio a non partire dalla domanda che mi sta più a
cuore: che razza di popolo è il popolo
italiano?
Due immagini, forniteci da non-italiani:
«L'italiano grida ma non si muove. Se
ne ha la prova dalla Storia degli ultimi anni, durante i quali
malgrado ogni sorta di intrighi, non c'è mai stato in Italia un
movimento rivoluzionario nel vero senso del termine… In Italia ci si
detesta da provincia a provincia, da città a città, da famiglia
a famiglia, da individuo a individuo». Metternich
«L'Italia, che anche nella sua decadenza
non ha smesso di dominare l'Europa con le sue idee, sarebbe
certamente imbattibile se fosse unita sotto un solo governo».
Pommereul
2) DAR VOCE ALL’ITALIA CHE
PRODUCE
Da anni “il nostro Paese versa in tre emergenze: economico/sociale,
politico/istituzionale, etico”. Lo pensiamo tutti.
Gli effetti delle tre
emergenze sulla società italiana, sul tessuto del nostro convivere civile, sul
progressivo impoverimento della nostra gente sono quotidianamente sui media nazionali
e stranieri e nei discorsi di tutti.
Malaffare, scandali, ruberie, insulti,
reiterati ed impuniti assalti alla diligenza pubblica sono i connotati
principali di questo momento storico italiano. Raccomandazioni, bustarelle,
tangenti, ruberie non sono terminate.
E tutto questo viene permesso e addirittura perpetuato dalla attuale classe
dirigente[1].
Siamo una nazione malata. Quando tutti possono
impunemente ridurre al nulla codici civili, penali, commerciali e morali allora
non c’è più società, non c’è più civiltà. C’è solo una giungla, dove vige la
legge del più forte (o del più furbo… visto che la nostra è la Patria degli Arlecchini),
dove il singolo cittadino è lo scemo del villaggio e dove si tartassa fin
quando si può tartassare.
Chi ha deciso che occorrano 600 fra senatori ed
onorevoli per gestire il Parlamento? E chi ha detto che occorrano 20 presidenti
regionali, centinaia di presidenti provinciali, migliaia di sindaci, decine di
migliaia di assessori, consiglieri sottosegretari e portaborse? Chi decide i
loro stipendi? E i loro benefits? E
chi paga i loro rimborsi spese?
Fino a quando possiamo ancora ingannare noi stessi?
Fino a quando la torta, che sta diventando sempre più piccola per tutti,
riuscirà a far mangiare chi vive in questa Nazione?
Tantissimi di noi han detto BASTA
nel loro cuore, nei discorsi con gli amici, nei salotti o al bar. Pochissimi però decidono di impegnarsi per
invertire la rotta.
Gli italiani perbene se ne
stanno rintanati, pigri, disillusi di poter incidere in qualche modo sul
declino del nostro Paese. Non hanno più un faro: guardano a destra e a sinistra
e vedono uno stesso, desolante, magma grigiastro. Passano gli anni, si ripetono
gli scandali ma l’autoreferenziata classe dirigente italiana è sempre lì.
Non possiamo far scorrere così impunemente la
storia. Non possiamo mollare.
Un (piccolo) gruppo di amici
con ideali e pochi soldi sta schierandosi. Ha deciso di alzare la voce, di
rischiare, di mettersi in gioco.
Lo sta facendo coagulandosi
attorno ad un marchio storico, ricco di 200 anni di cultura ed azione politica.
Un marchio che si ispira alla filosofia greco-romana, al Rinascimento, alla
libertà dello spirito, all’integrità morale, ai sacrifici e ai valori,
all’esempio personale, al pareggio di bilancio, all’Unità dell’Italia, al 15%
dei voti tedeschi.
Un marchio che vogliamo rinnovare completamente
partendo qui dalla Lombardia.
Il marchio del liberalismoebasta: libertario in
economia e liberal nel sociale[2]. La filosofia politica equidistante da destre e sinistre
perchè orientata a difendere il singolo, a dar fiducia alle energie del
cittadino, alle sue aspirazioni, al suo valore, alle sue vittorie.
Il marchio di chi difende una
linea di demarcazione insormontabile tra quelle forze politiche che prediligono
l’egualitarismo e quelle che invece difendono le diversità individuali, tra chi
si ferma per aspettare i più lenti e chi invece non ha paura di premiare i
migliori, tra chi è convinto che occorra prelevare e chi invece detassa.
Noi pensiamo che il PLI sia
l’unico Partito italiano in grado di poter dare un segnale forte di
cambiamento, generazionale e morale, a questo stato di cose. Perchè è stato ai
margini dello schifo degli ultimi 15 anni. Perchè è allo 0,3% e quindi non
cercato dai mercanti dei voti.
Noi non vogliamo guardare a
Roma, a chi balla con i lupi. Lavoriamo dalla Lombardia. E non
Siamo più soli, guardiamo
attorno.
Se da domani qualcuno vi dirà:
“ma come esistete ancora?” ci vuole una sola risposta: “sei tu a non voler
esistere. Noi ci stiamo mettendo la faccia!”
Il PLI Lombardia, Lombardia
Liberale, Studi Liberali, Carta Libera, Impégnàti, gli studenti bocconiani
liberali han deciso in due giorni di organizzare questo evento. Gli ospiti che
salutiamo han deciso nel volgere di una telefonata di partecipare. Una parata
di cervelli ed esperienze, tutte riunite attorno alla promessa liberale.
Vogliamo tutti assieme
dedicare parte del nostro tempo e delle nostre risorse per dar voce a quella Italia
che vuole lavorare e produrre e che è schifata dell’attuale stato di cose?
Perchè è inutile parlare ad
una platea che viene attirata dalla migliore filosofia politico-culturale mai
prodotta negli ultimi 250 anni se non ci
si rende conto che le priorità d’azione sono più di ordine morale e civile che
economiche. In questa sala siamo in tanti ad essere indipendenti sino al
midollo, siamo in tanti a non dover dire grazie a nessuno, a non essere
ricattabili da nessuno. Molti di noi non sono legati ad alcun carro politico,
ad alcun finanziamento pubblico, a nessuno scranno.
QUESTA E’ LA NOSTRA FORZA. POSSIAMO DIRE A VOCE
ALTA QUEL CHE ALTRI SUSSURRANO. NOI NON ABBIAMO PAURA DI DIRE LA VERITA’.
DOBBIAMO AGGREGARE ALTRI COME NOI. QUESTA E’ LA NOSTRA MISSION.
Vogliamo stanare con tutte le nostre forze tutte
quelle energie sane, vitali, creative, innovative, moralmente stabili, aperte
all’Europa ed innamorate dell’Italia che sappiamo esistere? Riflettere su
Metternich ma credere in Pommereul.
Li incontriamo ogni giorno. Sono gli italiani che
lavorano anche a € 1.000 al mese ma sono contenti di non dover dire grazie a
nessuno. Sono i giovani che hanno voglia di imparare e di provare. Sono tutti
quelli che hanno lasciato la loro casa per dipendere solo dalle proprie
capacità e dai propri meriti.
Il compito del PLI e di questa platea deve essere quella
di motivare tutti costoro a dedicarsi alla rifondazione morale e civile del
nostro Paese. Occorre coagulare le loro
voci. Richiamarli al dovere civico in ogni ramo delle nostre istituzioni, per
fermare l’assalto alla diligenza pubblica, per chiudere Enti e Istituzioni
mangiasoldi, per bloccare gli incredibili sperperi fatti con i soldi pubblici.
Potrei continuare ma penso abbiate capito il punto.
Noi dobbiamo parlare ai giovani, agli universitari,
a chi non ha scheletri negli armadi, a chi non ha mai pietito poltrone o
prebende. Dobbiamo dire BASTA all’attuale classe dirigente.
La nostra mission
è la Rivoluzione Liberale “sovversiva”, radicale, forte, che non si fermi di
fronte a poteri forti e corporazioni ma faccia il bene dei cittadini perbene.
Ci stiamo? Ci state?
3) STATO CANAGLIA
Ed entriamo in media res. Questo convegno è stato organizzato dal PLI e da 5
sponsor liberali. Un evento milanese che trae le sue origini dalla primavera a
Bari, tanto per ribadire che: se Milan avess’ l’u mér sarebb’ na piccol
Bèr’.
Il libro di Piero Ostellino è una Bibbia dei temi
che ho elencato poc’anzi.
L’abbiamo letto quest’estate pensando a stasera. E,
prima di passargli il microfono, mi piace leggere assieme alcune sue frasi nude
e crude. Chiedendo a lui e a chi interverrà poi nel dibattito di aggiungere il
suo pensiero, di portare le sue riflessioni.
a) Lo Stato Italiano è il Leviatano: fa prevalere la collettività sull’individuo. Il ns.
ordinamento giuridico non si fonda sulle
libertà dell’individuo bensì sul lavoro (art.1) e chiede all’Uomo
“l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e
sociale” (art.2)
b) Il liberalismo è per persone adulte: non si occupa di far star meglio le persone in senso immediato,
ma “si occupa dei principi organizzativi
di una società dove è altamente verosimile che le persone imparino a star
meglio da sole” (De Jasay). Fare la rivoluzione liberale è permettere che
il cittadino dipenda meno dallo Stato (=riduzione della spesa pubblica) e più
da se stesso (=avere più soldi in tasca grazie al taglio delle tasse).
Significa smettere di trattare il cittadino come un bambino irresponsabile, che
ha bisogno di un Padre (lo Stato) che lo guidi
c) Le tasse sono un corrispettivo: un governo saggio non concepisce il fisco nè come
confisca nè come redistribuzione della ricchezza, bensì come un costo
flessibile e negoziabile. Non pagare le tasse è semplicemente la rottura del
rapporto, del patto, fra i cittadini e lo Stato, non del “contratto sociale”
(=l’accordo fra cittadini). Cosa succede se a rompere il patto è lo Stato? Adam
Smith affermava che è una cattiva imposta quella che: 1) richiede molta
burocrazia per essere riscossa, 2) scoraggia l’industriosità, 3) incoraggia
l’evasione, 4) sottopone i cittadini a oppressioni e vessazioni non necessarie.
L’eccesso di pressione fiscale è da noi la vera “emergenza democratica”
d) L’Italia è un Paese di conflitti di interessi fra lobby. In Italia non è la politica a fissare autonomamente la
propria agenda, ma sono gli interessi organizzati a fissare l’agenda della
politica. In questo scenario, il giornalismo finisce pigramente con assolvere
solo una funzione conservatrice e col fallire la funzione democratica, fornire
alla società civile gli strumenti concettuali per conoscere, reagire e –se
necessario- cambiare l’ordine esistente, appunto lo status quo.
Ci sono altre 240 pagine che ci impongono di
rialzare la testa e lottare.
Io chiedo a tutti noi, Ostellino in primis, di unire le forze e di iniziare
a rimboccarci le maniche –da amici- per dimostrare che un’altra Italia,
un’altra etica, un’altro contratto sociale è possibile.
Lo dobbiamo alla nostra intelligenza, alle nostre
famiglie di provenienza ma –soprattutto- ai nostri figli.
[1] Badate bene, per classe dirigente intendiamo non solo
quella politica ma tutti: magistrati, imprenditori, giornalisti, funzionari
statali, professori universitari, etc.
[2] libertà, laicità, diritti civili, centralità del cittadino, difesa della
proprietà privata e della libertà economica, Stato minimo, libero mercato,
lotta alle corporazioni, scienza libera, tutela della Patria italiana